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~ Emily on the Dark Side of the Moon

... My thoughts you can't decode. ]

Emily

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WARNING!

 Tutto ciò che troverete scritto nel blog è opera mia, tranne canzoni, poesie o parti estratte da libri, che sono comunque sia sempre segnalate o facilmente riconoscibili.

Sareste pregati di non copiare interventi o frasi da me scritte, almeno non senza la mia autorizzazione.

Pensavo non avrei mai dovuto scrivere un avvertimento del genere, pensavo che le persone avessero un minimo di rispetto, ma dato che ho trovato alcune parti dei miei interventi in altri blog e dato che la cosa mi ha dato particolarmente fastidio, ci tengo ad avvisarvi prima di incorrere in spiacevoli conseguenze.

“Uomo avvisato, mezzo salvato” oppure “A buon intenditor poche parole”... Scegliete il proverbio che preferite, ma la sostanza è sempre quella: se copiate qualcosa senza consenso vi spezzo le manine.

PEACE && LOVE ;D

  

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Emily tries, but misunderstands
She's often inclined to borrow somebody's dreams till tomorrow

There is no other day
Let's try it another way
You'll lose your mind and play
Free games for May
See Emily play

Soon after dark Emily cries
Gazing through trees in sorrow hardly a sound till tomorrow

There is no other day
Let's try it another way
You'll lose your mind and play
Free games for May
See Emily play

Put on a gown that touches the ground
Float down a river forever and ever
Emily, Emily

There is no other day
Let's try it another way
You'll lose your mind and play
Free games for May
See Emily play

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July 04

Soon after dark Emily cries.

Emily era fragile.
Si sentiva abbandonata a volte.
Si sentiva sola, anche in mezzo alla gente.

Emily a volte beveva per cancellare le sue preoccupazioni, dimenticare i suoi problemi, mostrarsi più simpatica e divertente agli occhi di chi la circondava. Era soltanto una maschera, un’odiosa maschera. Tra le tante maschere che avrebbe potuto indossare, però, era quella che le piaceva di più.
Emily non agiva razionalmente, ma soltanto impulsivamente.
Soltanto quando era troppo tardi se ne pentiva.
Soltanto quando era inutile piangeva, sdraiata su una fredda panchina, sotto un tetto di stelle, fissando quei tre quarti di luna.
Ma Emily era soltanto una bambina. Doveva ancora imparare a camminare.
E forse, forse sì, poteva evitarlo. E forse, forse no, non ne aveva avuto semplicemente voglia; non ne aveva avuto la forza.

Ed Emily ancora pensava a quella soluzione; l’unica che, forse, avrebbe riordinato il soqquadro del suo cuore.
July 02

Sing until your lungs give out.

Batticuore.
Tensione.
Stomaco contratto. Non hai mangiato niente, non ci saresti riuscita.
Risate. Isteriche.
Nervosismo.
Scontrosa ed ostile.
Pazza e spaventata.
Innamorata. Perché ami terribilmente quello che ti stai psicologicamente preparando a fare.
Scendono dal palco i ragazzi del pezzo precedente.
E’ il tuo turno, il turno tuo e di quelli che per quasi due mesi di prove sono stati i compagni con i quali hai dato vita a quel pezzo.
Salite sul palco.
Afferri il microfono. Quanta potenza c’è in quell’oggetto. Quanto significato, quanta importanza. Il testimone, il portavoce di quell’amore e quella passione che per i prossimi quattro minuti tradurrai in musica e voce.
Il pezzo è If I Were A Boy, l’artista è Beyoncé. Tu a Beyoncé non assomigli per niente, ma, anche se te lo fanno notare, per te non ha importanza. Quella canzone è tua, per i prossimi quattro minuti è soltanto tua.
Inizi a cantare. I primi secondi della canzone, soltanto la tua voce.
E poi la musica.
Quella tastiera che ti accompagna, quegli accordi e quegli arpeggi di chitarra che ti guidano, quel basso che ti tende la mano. E quella batteria, della quale il tuo cuore segue subito il ritmo.
E niente, niente ha più importanza. Non sei neanche più te stessa. Sei soltanto voce. Spariscono le persone, spariscono i problemi. Soltanto gli elementi della tua vita che hanno l’odore ed il sapore della musica albergano nel tuo cuore.
Guardi quei volti che affollano la piazza, indistinti nel buio della sera.
Guardi le persone sedute in prima fila.
Fabrizio Moro sta ascoltando, te ed i tuoi compagni. Lui che, in mezzo a tutte quelle persone, è uno dei pochi che è salito su un palco, uno dei pochi che sa cosa significa vivere di quello a cui dai vita sul palco. E ti chiedi se la sente la passione, se la sente la grinta che stai incanalando in quel microfono.
La canzone finisce, più presto di quanto tu ti sia aspettata.
E, nonostante l’agitazione provata in precedenza, senti che non ti basta, che ne vorresti di più. Perché la fame di musica non si sazia mai.
Scendi dal palco. Ci lasci le emozioni di quei quattro minuti, ci lasci una parte di cuore; ti prendi quelli che oramai sono soltanto ricordi.

Primo luglio 2oo9
Io non mi stancherò mai di dire che
Il microfono è il mio migliore amico
Il palco la mia casa
Cantare la mia vita
La musica il mio amore unico


June 27

In case I lost my train of thought.

Inizio questo post avvertendo chiunque leggerà di non badare troppo alle mie parole.
C’è tanto veleno oggi dentro di me. Nel mio sangue, nel mio cuore, nella mia anima, sulla punta della mia lingua, nei miei pensieri, nelle mie paure.
Spero che capirete che io abbia soltanto bisogno di trovare un modo per lasciarlo scivolare via.
Questo è l’unico modo che mi viene in mente. L’unico modo sano e sensato.

Il punto è che devo capire quando è il caso di stare da sola o quando cercare la compagnia altrui.
Quando è il caso di sperare o quando è meglio lasciar inaridire il campo delle speranze.
Quando è il caso di aspettarsi qualcosa o quando è meglio accogliere gli eventi così come si presenteranno.
Quando è il caso di credere o quando è meglio dubitare.

Mi riferisco a tutti, sì.
Sto indicando tutti quanti, senza esclusioni.
Perché oggi mi sento di fare così.

E’ colpa mia, è decisamente colpa mia.
Dovrei avere più controllo di me stessa, più controllo delle mie sensazioni, delle mie emozioni e del mio umore.
Invece tutto quello che provo si può leggere sul mio volto, il mio maledetto volto.

Quanto sono sbagliata?

Ieri ho commesso un errore dietro l’altro.
Innanzitutto, ieri, se fossi stata più sicura di me, più menefreghista, meno diligente, sarei potuta essere a Londra.
Nel giro di una settimana, sono già due volte che mi pento di non essere partita. Mi si sono presentate due diverse occasioni, io le ho rifiutate entrambe. E proprio nei giorni in cui avrei potuto essere a kilometri da qui, è successo il pandemonio. L’ironia della sorte è davvero stupefacente, bisogna ammetterlo.
Se fossi partita, quante ore di inferno mi sarei risparmiata? Decisamente troppe.
Mi preoccupo troppo degli altri, forse. E spesso tutto precipita.
Mi aspetto troppo. E di solito non ottengo un cazzo.
Ma è solo un momento passeggero.
Sinceramente negli ultimi mesi non mi sono mai aspettata niente, ho sempre vissuto le cose come avevano deciso di arrivare nella mia vita. E’ per questo forse che gli ultimi mesi sono stati così belli.
Se non hai aspettative, non ti illudi.
Ed io delle illusioni ne so qualcosa.
Non posso massacrarmi soltanto perché in questi ultimi giorni mi sono un po’ illusa, non è il caso di farne un dramma.
Soffrirci un po’ sì, però. Almeno mi serve da lezione.

In conclusione, quello che penso è che ieri era una di quelle giornate in cui mi sarei dovuta nascondere dagli occhi del mondo. Sarei dovuta semplicemente sparire.
Sì, lo so che lo pensate anche voi.

E mi dispiace. Mi dispiace, ma non ci riesco.
Mi ha fatto male, ok?
Non riesco a smettere di pensare a quelle parole. No, in questo momento proprio non ci riesco.
Spero soltanto che la sensazione di aver colto proprio la giornata sbagliata, il senso di colpa scaturito dal sentirmi indesiderata non continui a tormentarmi come sta facendo oggi.

June 24

You are your own worst enemy.

Sei soltanto una ragazza che in secondo superiore, a scuola, durante la ricreazione, non voleva parlare con nessuno, stava attraversando un periodo difficile, si infilava le cuffie, ascoltava i My Chemical Romance.

Probabilmente è stato per quel tuo comportamento freddo e distaccato, probabilmente è stata per quella tua espressione sempre vuota e triste che una tua compagna di classe ha telefonato a tua madre, le ha parlato di te, facendola preoccupare, facendole sospettare che avessi delle tendenze suicide.

 

Sei soltanto una ragazza che non aveva voglia di dormire.

E si è messa a riordinare quel cassetto di vecchi vestiti, come tua madre ti aveva chiesto tante volte.

Così, quando tornerà a casa, assieme a tuo nonno che ha appena subito un’operazione, potrai nascondere le lacrime con un sorriso e dirle: “Mamma, ho riordinato il cassetto, come mi avevi chiesto. Quei vecchi vestiti che ho impilato sopra la sedia li puoi buttare via”.

E sarà difficile trattenersi, sarà difficile non chiederle: “Ma non potresti buttare via anche me?”. Come un giocattolo rotto, come una maglia logorata. Come un qualcosa, un qualsiasi cosa prettamente e puramente inutile.

E quant’è difficile rispondere quando tua madre e tua nonna ti chiedono: “Sei stata bene in questi giorni?”; è difficile davvero. Ti limiti ad annuire; perché spingere la voce oltre la soglia delle labbra sarebbe mentire in maniera decisamente insostenibile.

 

Sei soltanto una ragazza che vorrebbe sapere imprecare in tutte le lingue del mondo perché, dopo aver sbattuto ripetutamente il pugno contro il muro, il braccio, cazzo, inizia a farti seriamente male.

 

Sei soltanto una ragazza paranoica.

Per questo, sentendo un rumore hai impugnato il coltello da cucina, tu che hai così paura dei coltelli.

Soltanto scendendo le scale diretta al garage sotterraneo ti sei resa conto da cosa fossero causati quei rumori che sentivi: una porta del piano terra che sbatteva per colpa del vento.

Il cuore continuava a batterti impazzito, ma per altri motivi.

Hai fissato per un attimo il coltello che tenevi stretto tra le mani. Lui ti incuteva più paura dell’idea di aver qualche estraneo delinquente in casa. Hai sfiorato la lama con un dito. Così affilata... Ed è soltanto per la troppa paura che lo hai riposto di nuovo in quel cassetto.

Ed è soltanto perché sei follemente paranoica che hai continuato a sentire rumore anche al di sopra della musica che usciva da quelle casse, che vedevi ombre sui muri o con la coda dell’occhio, dietro di te.

 

Sei una ragazza che se sta male si sfoga scrivendo.

E non ti fai problemi a pubblicare quello che scrivi. Non ti interessa quello che penserà chi leggerà, se qualcuno leggerà. Sei così satura di sensazioni negative che ti prendi la libertà di gettarle in pasto a chiunque.

Rileggendo tutto quello che hai scritto fino ad oggi ti accorgi come siano rari gli scritti che pullulano di sensazioni positive. Perché quelle, così rare, così meravigliose, incrociano il tuo cammino così raramente che preferisci tenerle per te, conservarle gelosamente, consapevole anche del fatto che sarebbe difficile per te trovare parole adatte per descrivere sensazioni che provi così raramente.

Forse è per questo che hai taciuto riguardo la maggior parte delle cose meravigliose successe in questi ultimi mesi. Le hai tenute per te. E le ricordi tutte. Tutte quante.

... were there to be told.

You said
Between your smiles and regrets
"Don't say it's over"

La Riproduzione Casuale continua a scegliere i pezzi che sceglievo io dieci ore fa.
Non è stupefacente?



Mi bruciano gli occhi.

Ho i crampi allo stomaco.

Ma vomiterei il cuore.

Non sopravvivo più.